Fattariélli

  • La magia della Canzone Napoletana

    Postato 1 giu
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    <<Una città splendida conquistata da popoli diversi, massacrata e ricostruita, con ferite aperte, ma che sa ancora cantare e raccontarsi attraverso la sua musica ed i suoi artisti!>>


     


    Così ha detto di Napoli il famoso regista italo-americano John Turturro (nella caricatura qui a destra) quando venne nella nostra città per girare il suo "Passione".


    Ed in effetti per capire bene cosa vuol dire essere Napoletani, studiare la Canzone Napoletana è un passo obbligato!


    L'origine della canzone napoletana, nata intorno al XIII secolo, secolo della diffusione della passione per la poesia e delle invocazioni corali dalle massaie rivolte al sole, come espressione spontanea del popolo di Napoli manifestante soprattutto la contraddizione tra le bellezze naturali e le difficoltà oggettiva di vita, si sviluppò già nel Quattrocento quando la lingua napoletana divenne la lingua ufficiale del regno e numerosi musicisti, ispirandosi ai cori popolari, iniziarono a comporre farse, frottole, e ballate, e ancora maggiormente dalla fine del Cinquecento, quando la "villanella alla napoletana" conquistò l'Europa, sin alla fine del Settecento. Questa espressione artistica popolare era allora carica di contenuti positivi ed ottimistici e raccontava la vita, il lavoro ed i sentimenti popolari.


    In particolar modo la "villanella alla napoletana" rappresentò un primo antefatto fondamentale per gli sviluppi della canzone napoletana ottocentesca, sia per la sua produzione originariamente popolaresca ben accolta dalla classe colta, sia per il suo carattere scherzoso e l'ampio spettro componentistico, che variava dalla polifonia all'accompagnamento strumentale per una sola voce.



    Il Seicento vide
    sfiorire la villanella ed apparire i primi ritmi della tarantella, con la celebre Michelemmà, che pare addirittura ispirata da una canzone di origine siciliana, ma comunque attribuita al poeta, musicista, pittore ed attore Salvator Rosa (nell' autoritratto qui a sinistra).


    Nel secolo successivo si creò l' usanza di portare le serenate alle donne amate e lo si faceva spesso con " 'o colascione", il calascione, antico strumento napoletano simile alla chitarra, o per precisione, un antesignano del moderno basso.


    Coloro che eseguivano le serenate, erano gli stessi che popolavano l’ immenso numero di taverne che si svilupparono a Napoli nel ‘700 ed era lì che avvenivano vere e proprie sfide di improvvisazione.


    Nel '700 comunque si rintraccia un secondo antefatto della canzone napoletana ottocentesca, rappresentato sia dalla nascita dell'opera buffa napoletana che influenzò non solo il canto ma anche la teatralità delle canzoni, sia per le arie dall'opera seria che divennero un faro per la produzione popolaresca.


    Intorno al 1768 autori anonimi composero "Lo guarracino", divenuta una delle più celebri tarantelle, rielaborata come molte altre canzoni antiche nel secolo seguente.


    Altri due elementi catalizzanti la propagazione ed il successo dell'attività musicale furono innanzitutto la nascita, intorno ai primi dell'Ottocento, di negozi musicali e di case editrici musicali come: Guglielmo Cottrau, Girard, Calcografia Calì, Fratelli Fabbricatore, Fratelli Clausetti e Francesco Azzolino, che ebbero il merito di recuperare, raccogliere, riproporre talvolta aggiornandoli, centinaia di brani antichi. Un secondo veicolo di diffusione della canzone fu costituito dai cosiddetti "posteggiatori", ossia dei musici vagabondi che suonavano le canzoni o in luoghi al chiuso o davanti alle stazioni della posta o lungo le vie della città, talvolta spacciando anche le "copielle", fogli contenenti testi e spartiti dei brani parzialmente modificati.


    Ancora oggi in alcuni locali storici si è mantenuta la tradizione della "posteggia", ed è possibile godere di questo spettacolo unico che solo a Napoli può andare in scena!


    Ma il periodo sicuramente più importante della canzone napoletana è ritenuto quello dei primi decenni dell' 800, quando dal 1835 a Napoli dilagò la melodia di "Te voglio bene assaje".



    Le celebrazioni della Festa di Piedigrotta si dimostrarono l'occasione ideale per l'esibizione dei nuovi pezzi, che videro tra gli autori personalità quali Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, Ermete Alessandro Mario, Ferdinando Russo, ed Ernesto Murolo (che vediamo raffigurati nel collage qui a destra), che ispirati dalla bellissima "Te voglio bene assaje" di Raffaele Sacco e Tommaso Campanella composero quelli che poi sarebbero diventati grandissimi classici della musica Napoletana, come "Funiculì Funiculà", "Santa Lucia", "Era de Maggio", "Catarì", e "O Sole Mio", giusto per citarne alcuni.


    Ma anche il '900 fu un secolo altrettanto florido per la Canzone Napoletana che infatti vide venire alla luce canzoni come "Core 'ngrato", oppure " 'O Surdato 'nnamurato", o ancora "Reginella" o la bellissima "Lacrime Napulitane", insomma, in questo arco temporale,  la canzone classica napoletana raggiunse il suo massimo spessore, giungendo in ogni parte del mondo e diffondendosi nelle culture musicali internazionali grazie anche alle interpretazioni eseguite dal maggior tenore del tempo, il grande, grandissimo Enrico Caruso.


    Era l’epoca della diffusione del varietà, spettacolo teatrale di carattere leggero, nato su imitazione del cafè-chantant di Parigi (per scoprirne di più cliccare qui), che si diffonderà rapidamente in molti teatri e locali di vario genere della città e della provincia, contribuendo, non solo alla diffusione delle canzoni (molte delle quali ispirate alle nuove mode dell’epoca) ma anche alla creazione di un nuovo genere comico-musicale: la macchietta.


    Con pochi versi si faceva la caricatura, in maniera grottesca, di personaggi buffi, ironici e persino ambigui del tempo, suscitando nel pubblico ilarità e talvolta risate incontrollabili.


    Agli inizi del ‘900 i napoletani, erano così profondamente legati alle proprie canzoni, che il governo, nel 1919, decise di imporre una tassa sulle stesseMa questo popolo, che di necessità aveva sempre fatto virtù, ideò come escamotage per non pagare l’imposta, un nuovo spettacolo "teatrale", che di teatrale aveva ben poco, visto che era composto per la maggior parte di canzoni. Stiamo parlando della sceneggiata, vero e proprio dramma che trattava temi quali l’onore, la giustizia e i buoni sentimenti, nel quale i protagonisti erano spesso carcerati, malviventi e guappi in cerca di redenzione; la trama quasi sempre si risolveva in un duello finale, accompagnato spesso da omicidio.


    L’avvento del fascismo e quindi della guerra, sancì la chiusura di tutti i locali del varietà, essendo stati questi, secondo l’allora governo, la causa della famosa sconfitta di Caporetto, per le mollezze e le depravazioni che essi suscitavano.


    Un tale Raffaele Viviani (nella foto qui a sinistra), che tanto a lungo ne aveva calcato le scene, per evitare la disoccupazione, raccolse allora, i monologhi e i numeri da lui scritti e rappresentati in questi spettacoli, li mise insieme in un vero e proprio collage e li collegò con un sottile filo conduttore, sulla falsa riga di una rappresentazione drammatica. Il suo teatro dialettale, dalla forti tinte popolari, in questi anni, sarà la fucina di bellissime canzoni napoletane.


    Purtroppo la guerra ha fermato sul più bello lo sviluppo della Canzone Classica Napoletana, che però da allora è sempre rimasta indelebile nel cuore di ogni Napoletano e non solo.


    Va annoverata, in questo periodo, un'altra importante canzone nata da uno dei più importanti parolieri, poeti ed attori cinematografici e teatrali del XX secolo: Malafemmena, scritta e musicata da Totò.


    Poi ci fu Renato Carosone che mise a disposizione le sue esperienze di pianista classico e di jazzista, fondendole con ritmi africani e americani e crea una forma di macchietta, ballabile e adeguata ai tempi. Tra i suoi maggiori successi si ricordano: Caravan PetrolTu vuò fa' l'americanoIo mammeta e tuMaruzzella'O sarracino e tante altre.


    Si è detto e si è scritto in ogni angolo del mondo della magia della Canzone Napoletana, e in nessun altro luogo si è riuscito a trovare un esempio simile.


    La passione era talmente forte verso questo genere, e la nostalgia era talmente tanta che si pensò di creare il Festival della Canzone Napoletana, meglio noto come Festival di Napoli, una rassegna canora che metteva in competizione i più grandi interpreti del tempo, tra i quali ricordiamo Sergio Bruni, Mario Abbate, Angela Luce, Giacomo Rondinella, Aurelio Fierro, Nunzio Gallo, Mario Trevi, Tony Astarita, Maria Paris, Mirna Doris e Mario Merola, ma addirittura anche cantanti non Napoletani che, affascinati dalla magia della Canzone Napoletana, scrivevano e cantavano musica rigorosamente in Napoletano, come ad esempio Claudio Villa, Ornella Vanoni e Domenico Modugno, che in questo periodo, cantò in Napoletano la canzone che indubbiamente più ebbe successo, "Tu sì na cosa grande", per la quale lo stesso autore pugliese scrisse la musica, mentre il testo da Gigli.


    Gli anni sessanta rappresentano il periodo d'oro del Festival della Canzone Napoletana, ma questa è anche l'epoca di fenomeni innovativi:  opera una "fusion" fra melodia napoletana e ritmi di altre culture musicali, imponendosi all'attenzione di critici e pubblico; Peppino Gagliardi rompe gli schemi dell'interpretazione della canzone napoletana; Roberto De Simone e la sua Nuova Compagnia di Canto Popolare non si limita a recuperare e valorizzare la musica folk tradizionale, ma la arricchisce di elementi di musica colta.


    Negli anni settanta invece il Festival subisce una crisi, dalla quale purtroppo non si riprenderà più (nonostante diversi tentativi), e la canzone napoletana si adegua alle esigenze del tempo. Vengono così ripresi ed attualizzati i temi della sceneggiata; Mario Merola pur rimanendo legato alla canzone tradizionale, è il principale interprete di questa nuova tendenza, seguito poi da Pino Mauro, Mario Trevi e Mario Da Vinci (papà di "Sal"). 


    Intanto il fermento musicale di quell'epoca è avvertito anche da nuovi autori come Eduardo De Crescenzo, Alan Sorrenti, Enzo Gragnaniello e Pino Daniele che daranno un'impronta nuova alla musica partenopea, seppur con musicalità diverse. Proprio quest'ultimo, scrisse nel 1977 alcune delle più famose canzoni napoletane successive al secondo dopoguerra: Napule èTerra miaJe so' pazzo e Na tazzulella 'e cafè.


    Ancora in questo periodo, nascono gli Osanna, che percorrono la strada delle opere rock, e Napoli Centrale con James Senese, i quali intessono una interessante fusione di generi.


    Negli anni novanta poi si affermano, anche in ambito nazionale, gruppi come Almamegretta, 99 Posse, 24 grana, che rinnovano la canzone napoletana mediante una commistione di musica elettronica, trip-hop e rap. La differenza rispetto alla musica neomelodica, altro genere in sviluppo che vede trai suoi principali esponenti Nino D'Angelo, sta anche nei testi ad alto contenuto politico (prevalentemente di sinistra).


    Inoltre in questi anni prima Consiglia Licciardi con Roberto Murolo (che vediamo nella foto qui a sinistra con Totò), memorabile il brano "Cu' mme" scritto da Enzo Gragnaniello e cantato con Murolo e Mia Martini, poi Renzo Arbore con la sua Orchestra Italiana riportano in auge la canzone classica napoletana. Renzo Arbore addirittura la riadatta in chiave moderna ricevendo un successo mondiale, scalando le classifiche di vendita e facendo concerti in tutto il mondo.


    Purtroppo oggi i grandi autori della canzone Napoletana non esistono più, restano alcuni interpreti come Massimo Ranieri, Teresa De Sio, Lina Sastri, Valentina Stella, Monica Sarnelli, Andrea Bocelli e Josè Carreras che ancora oggi riescono a regalare, interpretando i classici, le stesse emozioni di un tempo, ma la Canzone Napoletana rimarrà sempre in auge, basti pensare al recente successo mondiale dei duo musicale Australiano Yolanda Be Cool con la rivisitazione di "Tu vo fa' l'Americano" di Renato Carosone dal titolo "We no speak Americano"! 




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